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Venite e vedrete (Gv 1,36)

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In profondità alla luce della Parola

Venite e vedrete (Gv 1,39)

Siamo di fronte a parole che indicano un imperativo complesso ed un invito energico. Tale imperativo è preceduto da due domande che risuonano in un dialogo tra Gesù e i discepoli di Giovanni Battista: «che cercate?...... dove abiti?» (Gv 1, 38). Dietro quegli interrogativi vi è una ricerca, un bisogno di consapevolezza. Nella domanda di Gesù vi è un accertamento di autenticità; nella domanda di Andrea e dell’altro discepolo vi è una sete di ulteriore profondità, un’apertura alla compiutezza di una profezia e di una missione. Nelle parole sintetiche e misteriose di Giovanni Battista, riferite a Gesù che passava «Ecco l’agnello di Dio!» (Gv 1, 36), tutti comprendono che si è concluso un ciclo, una profezia si è avverata, i tempi sono maturi per nuovi riconoscimenti e, per questo che con grande senso di libertà interiore e gratitudine, Giovanni consegna i suoi discepoli al vero Maestro.

«Venite …» (Gv 1, 39) è invito, risposta e imperativo con il quale potrà essere aperto il nuovo progetto di vita di Andrea e degli altri discepoli. A chi gli ha chiesto informazione su un luogo, Gesù risponde con una proposta dinamica e coinvolgente. Un invito a mettersi in movimento: «venite…». Nel Vangelo questo imperativo ritorna frequente sulle labbra di Gesù. E’ rivolto a chi è triste, affaticato e oppresso: «Venite dietro a me» (Mt 11, 28); «Venite in disparte…» (Mc 6, 31). Ma c’è anche un invito alla festa: «Venite alle nozze» (Mt 22, 4).

Accettare questo comando significa mettersi in gioco, esprime disponibilità a lasciarsi alle spalle anche un bagaglio di buoni e suggestivi ricordi per aprirsi al nuovo e non ridurre la fede né a nostalgia né ad archeologismo. Rispondere all’invito significa emergere dall’invasione dell’accidia e dei rimpianti.

«…e vedrete» (Gv 1, 39). Il vedere non coincide con la conferma di aspettative preconfezionate, né di una superficiale constatazione di luoghi. Quel «…e vedrete» comporta l’esperienza di un ingresso straordinario in una relazionalità divina, che attraverso una vera umanità, induce ad assumere impegni e motivazioni. Ogni credente ed ogni battezzato può accogliere questo comando di Gesù e rimanervi, quasi sedotto e affascinato perché l’incontro con lui ed il suo Vangelo spalanca le porte alla “vita buona” e, tuttavia andare da Gesù, coincide con il rimanere in lui e portare frutto (cf Gv 15, 5).

Rimanere in Gesù significa dimorare con lui, stabilire una permanente comunione che infine è inabitazione trinitaria e che comporta anche il momento della lotta spirituale, della prova, del buio.

Un testimone del nostro tempo, il card. Martini così descriveva il suo incontro con Gesù: «La mia è stata una sistematica, crocifiggente e insieme salutare esposizione al dubbio, nella inermità di una coscienza alla ricerca del vero».

Dobbiamo imparare a fare i conti con questo duplice imperativo: «Venite e vedrete» (Gv 1, 39), non possiamo confondere le parole di Gesù come una pia esortazione, il Vangelo è attenzione ai fatti e agli insegnamenti del Maestro, è rivelazione di una vita spesa nell’amore. Bisogna lasciarsi scrollare dalle pseudo conquiste intellettualoidi e dei falsi calcoli, e anche dalle risposte troppo scontate, prudentemente calibrate, ovvie e perciò anche irrilevanti.

Chi va dietro a Gesù sa che deve necessariamente intravedere ed assumere la logica della croce e della gloria.

+ p. Antonio, Vescovo

 

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Giornata diocesana della pace 2019

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Domenica 13 gennaio presso il Santuario Francescano di S. Antonio in Polla, si terrà la Giornata diocesana della pace.

La giornata, organizzata dagli Uffici diocesani Migrantes e Giustiza, pace e custodia del creato, con la collaborazione della Fraternità diocesana dell'Ordine Secolare Francescano, prende spunto e ripropone il tema scelto da Papa Francesco per la Giornata mondiale della Pace: “La buona politica è al servizio della pace”.

Nella allegata locandina il programma dettagliato.

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Natale 2018

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Natale del Signore
«Questo per voi il segno: troverete un bambino …» (Lc 2,12).

A Natale siamo invitati come i pastori a ricercare i segni della presenza di Dio nelle manifestazioni di fragilità e di apparenti inermi esistenze. Dio non si nasconde dietro i paludati sistemi di potere, né religiosi né politici: Dio chiede di essere riconosciuto nella miseria e nella povertà. Un bambino rivendica l’espressione di tutta la tenerezza e di ogni protezione, un bambino chiede accoglienza, necessita di cura e di amorevole vicinanza.

Ai pastori l’angelo, consegna una nuova identità di Dio, la fragilità di un bambino che è espressione di tutta quella umanità ferita e bisognosa che ancora oggi attende un sussulto di umanità, un impegno di speranza e un gemito di carità.

Nella confusione culturale e antropologica che contraddistingue la nostra epoca, si afferma chi ha più forza, chi fa più notizia, e persino chi produce scoop scandalistici e menzogneri.

Il Natale impone un’inversione di marcia, una presa di coscienza che la nostra vocazione all’umano ci sospinge a varcare le soglie del divino e, nella misura in cui ne ricerchiamo le tracce nel nostro presente, stiamo già edificando l’Eterno.

Allora il Natale non è l’ossessiva riproduzione di gesti e simboli di un passato improponibile, non è magia, né fascino sentimentalistico: è piuttosto l’appello a vivere in profondità la propria umanità che, aprendosi al Trascendete, diventa spazio di redenzione e di più civile convivenza. Scoprire nelle fragilità e nelle povertà della vita il volto di Dio è segno di un permanente natale, che si fa ascolto del povero, dello straniero, del disoccupato e del senzatetto, del malato, dell’anziano solo. Il Natale non assopisce i sogni di un futuro, ma li alimenta e ce ne rende protagonisti.

Auguri di Santo Natale!

+ p. Antonio De Luca

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Non temere

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In profondità alla luce della Parola

Non temere

«Non temere, Maria» (Lc 1, 30); «Non temere, Zaccaria» (Lc 1, 13); «Giuseppe non temere» (Mt 1, 20); «Non temete dunque: voi valete ben più di molti passeri» (Mt 10, 31); «Non temere, piccolo gregge» (Lc 12, 32); «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno» (Mt 28, 10), ed a Pietro «Non temere d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5, 10).

Si tratta di un imperativo che attraversa le pagine di tutta la sacra scrittura. Non è un monito a fare qualcosa, ma un invito ad imparare a vivere nella consapevolezza che le grandi sconfitte della vita nascono dalla paura. Paura di soccombere, paura di rialzarsi, paura dei giudizi, paura di metterci la faccia, paura di ritrovarsi solo e disramato.

Eppure in una costellazione di paure subentra un indirizzo di ripresa e di speranza. Non temere… È il ritornello del canto di Dio nella storia della salvezza.

In questo monito si racchiude anche la prospettiva di un’esistenza incerta, dubbiosa, incapace di fidarsi di Dio e degli altri. Il timore e la paura tengono in ostaggio, occludono balzi speranzosi di avventure vocazionali che possono riempire di senso la vita. Le paure uccidono la verità delle relazioni. Si indugia, si resta inutilmente in attesa, persino la paura del rimpianto riesce a chiudere gli orizzonti.

Una ossessiva preoccupazione di osservanze, di regole e norme, una ipocrita fedeltà che è strumentale atteggiamento per scaricare i problemi, per rinviarli, o indirizzarli ad altri, questo è il vero fallimento. In preda al timore e alla paura si finisce per rimanere senza speranza e senza domani. Non si rischia sul futuro!

Strumentalizzare la paura permette ai prepotenti di innalzare barriere, stendere complici silenzi su tragedie e angosce che meriterebbero attenzione, risveglio e solidarietà. La paura è espressione di un male che invade l’anima, toglier il fiato, la parola, le emozioni, inaridisce i sentimenti e annebbia la ragione. Ecco allora il monito di Dio «Non temere»… Un prete operaio della diocesi di Milano scrive: «A conclusione di tutto, possiamo porre le tre leggi dell’umano educatore: non aver paura, non far paura, liberare dalla paura. Quello che conta è una relazione nuova, in cui non ci sia nulla che possa avere a che fare con la paura» (don Cesare Sommariva).

Dio sostiene il coraggio di gioire, nonostante tutto. E la gioia cristiana non è divertimento, né superficiale distrazione. Ma è generata dalla certezza che Dio è con noi: «Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (Is49,16), perciò il non temere è preludio di una nuova personale destinazione.

Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia… Non avere paura di puntare più in alto… Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo… (Gaudete et exsultate, nn. 32-34).

+ p. Antonio, Vescovo

 

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