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I presbiteri, annunciatori di carità

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Carissimi Sacerdoti,
quest’anno la pandemia ci impedisce di ritrovarci insieme nella nostra Chiesa Cattedrale per benedire gli Oli santi e per rinnovare le Promesse sacerdotali. Sentiremo la nostalgia della mancata partecipazione all’unico Pane spezzato e all’unico Calice in comunione di amore e di intenti con il Vescovo e con il presbiterio diocesano. Stasera però tutti entreremo nel Cenacolo, in maniera discreta e riservata, per dare inizio al Triduo pasquale. Ci ritroveremo spiritualmente nella “sala al piano superiore” (Lc 22,12), per ricordare che nell’Ultima Cena siamo nati come Sacerdoti; faremo memoria con somma gratitudine del giorno della nostra Ordinazione, il natale calicis, riconoscenti dell’alta missione che il Signore ci ha affidato. Siamo nati dall’Eucaristia, difatti il ministero che ci è stato donato trae origine, vita e agisce operosamente e fruttuosamente perché le nostre mani ogni giorno sono piene “del Pane della vita e del Calice della salvezza”. Mistero della fede è l’Eucaristia e, per riflesso, mistero della fede è il Sacerdozio; due Sacramenti scaturiti dal Cuore del Signore, che restano legati in maniera indissolubile sino alla fine dei tempi (S. Giovanni Paolo II).

Fratelli sacerdoti, viviamo un tempo difficile, la pandemia ha cambiato ogni cosa, ha reso difficili gli incontri, ci ha costretti a restare in casa a gustare il silenzio, a pregare con maggiore calma e devozione, a meditare la Parola di Dio e a riscoprire gesti di cortesia e di tenerezza con i nostri cari. Siamo come costretti a scegliere l’essenziale per la nostra vita. Il tempo che ci è dato ci aiuta a riflettere sul dopo che già è iniziato (Papa Francesco). Ci sarà la fatica di raccogliere il gregge che si è disperso per la paura o decimato per il male, che in alcuni casi è stato inesorabile.

Saremo impegnati a fronteggiare nuove forme di povertà e di emarginazione, impareremo a conoscere il grido di chi ha fame e chiede a noi e alla comunità un aiuto e un sostegno. L’impegno nella carità sarà la testimonianza più vera e coerente del mistero d’amore che ogni giorno celebriamo e della gratuità del ministero che ci è stato donato. Siamo stati Unti per vivere e testimoniare la carità pastorale, la via maestra per giungere alla piena conformità a Cristo, Sacerdote e Pastore.

La carità pastorale, oltre ad essere una situazione interiore, è una scelta radicale che ci rende partecipi dell’amore del Signore per il gregge a noi affidato, apertura del cuore ai fratelli, a tutti i fratelli che necessitano di aiuto, conforto e accoglienza.

Questo tempo, dunque, è il tempo per vivere più intensamente la carità. Il grido di san Paolo ci raggiunge: “Tutto si faccia tra voi nella carità” (1 Cor 16,14).

Accogliere oggi il grido dell’Apostolo ci fa riscoprire il fascino di essere nel segno della carità operosa, sacramento di Cristo Sposo e Pastore e di raggiungere tutte le periferie esistenziali, di approdare al cuore di quanti la società dell’opulenza, dell’individualismo e dell’indifferenza ha scartato. La carità pastorale ci farà dono dell’odore delle pecore, delle nostre pecore. Allora è il momento di farci presenti, di essere accanto ai nostri fedeli. Per tutti dobbiamo diventare un’esplosione di umanità e di tenerezza: uomini che vanno, che stanno, che pregano, che amano e che sperano con la gente, la nostra gente, che ci vuole bene e attende una parola di speranza. Questa stagione di coronavirus, a ben guardare, con tutte le tragicità che comporta, si rivela come epifania di umanità, dove a regnare è la sola logica dell’amore.

Cari fratelli, stiamo scrivendo, forse inconsapevolmente, una pagina di storia meravigliosa perché non c’è altro luogo per annunciare e testimoniare la carità se non la storia, il nostro oggi, adesso! Il popolo santo di Dio giudicherà questo tempo unicamente dalle opere di carità.

Cari sacerdoti, come Padre e Pastore di questa Chiesa che fa esodo doloroso nel mondo, sento forte il bisogno di ringraziarvi per la testimonianza di carità che rendete alle nostre comunità. Grazie per le premure pastorali che mettere in atto giorno per giorno per essere vicini a chi soffre. Grazie per la vostra “fantasia” nell’ “inventare” sempre nuove forme di vicinanza, di solidarietà e di tenerezza.

Il Signore, Pastore buono e bello, sostiene la vostra fatica, vi conforta e riempie il cuore di gioia.

Insieme a voi, desidero ringraziare anche i vostri collaboratori in questa opera di solidarietà: i diaconi, gli operatori caritas, i catechisti, i consigli pastorali parrocchiali e foraniali e quanti mettono a servizio dei fratelli le proprie energie e la personale generosità.

La Madonna Santa, Madre nostra, sorrida alla nostra fatica e benedica il nostro impegno.

Vi benedico di cuore.

Teggiano, 9 aprile 2020 - Giovedì santo

+ p. Antonio De Luca

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Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?

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4. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34)

L’abbandono deliberato è sempre un crimine, voltarsi dall’altra parte è un incipiente tradimento. Gesù sperimenta il lento e graduale abbandono già con il tradimento di Giuda, ma poi nel Getsemani chiede la compagnia nella preghiera: “Vegliate e pregate» (Mt 26,36); ma «li trovò che dormivano» (Mt 26,40). E che dire dell’indicibile tradimento di Pietro, e poi il bizzarro scambio con un prigioniero famoso, rivoltoso e omicida, Barabba. L’abbandono è è lo strazio. Tradimento e abbandono i più atroci dei dolori, la solitudine induce persino a dubitare del valore di ogni gesto è il naufragio nel mare dell’inutilità. Nessuno ascolta, nessuno risponde. Tutto diventa ancora più tragico quando nell’apice dell’ultimo respiro, Gesù ha la forza di un sussulto di preghiera: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Non è rivolta: è certezza che anche per lui la preghiera con le parole dell’antico salmo (21) è celebrazione della vittoria di Israele sull’inesorabile condanna. Dio ha già decretato la glorificazione.

Il “perché?” di Gesù Cristo in croce, ha un’eco che risuona sulla terra e nei secoli, ridonda sonoro nella sofferenza, nella prova, nella malattia, nella morte. Si ripropone nelle ingiustizie della storia e di fronte all’arroganza dei prepotenti. Gli abbandonati della società, che sono diventati scarti, ripropongono con nudo realismo l’interrogativo sulle strutture di peccato, sul male che dilaga nel cuore degli uomini e nel mondo: “perché?”.

È necessario liberarci dall’assillo di una ricerca di umane risposte a interrogativi di sovrumana inquietudine. Non alimentiamo una preghiera malata, desiderosa di segni e di certezze, con la presunzione di cambiare Dio e di manometterne la volontà, che presunzione! La preghiera è una resa al bisogno di cambiamento del nostro cuore e alla certezza che Dio non abbandona nel dolore. Mi piace ricordare i versi di una poesia (A. Merini) «Il dolore… mancanza netta di orizzonti, il dolore è senza domani», ma nel dolore di Cristo è già scritta la gioia della resurrezione.

Con la certezza che la Vergine Maria lenisce la nostra solitudine, vi benedico.

+ p. Antonio De Luca

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Donna ecco tuo figlio

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3. «Donna ecco tuo figlio!»... «Ecco tua madre!» (Gv 19,26-27)
Nell’attimo in cui tutto sembra esser finito per sempre, quando l’avventura della prima comunità è tragicamente dissolta, per la paura, per infedeltà e per i tradimenti, su questi cocci Gesù fa nascere il sacramento universale di salvezza: la Chiesa. Nella sua Madre è misticamente prefigurata l’adunanza di tutto il popolo di Dio; in Giovanni, il discepolo amato, è tutta l’umanità che viene riconsegnata a questa Madre sempre feconda di nuovi figli, trasfigurati per fede in germe di nuova umanità. Allora non è solo un atto di premurosa compassione verso una madre destinata a restare sola, ma in quella consegna e in quella accoglienza è scritto tutto il mistero del popolo di Dio.

Ai piedi della croce nasce la Chiesa, sposa di Cristo, madre sempre pronta a ridare la vita ai figli attraverso la grazia dei sacramenti. Accogliere e lasciarsi accogliere sotto la croce è la vera missione della Chiesa. Uomini e donne alla ricerca di casa, di affetto, di riconciliazione, di perdono, possono trovare nella Chiesa ciò che il Cristo crocifisso e morente ha consegnato. Non si appartiene alla Chiesa né per titoli, né per censo, né per abilità, si appartiene semplicemente perché siamo portatori di croci pesantissime.

Nella Chiesa troviamo la tenerezza di una madre che ama indipendentemente dai meriti acquisiti. Chiesa sposa di Cristo casa e scuola di misericordia, divinamente sbilanciata sul servizio, sulla carità, sull’accoglienza, a costo di riscuotere attacchi e malevoli fraintendimenti, ma la fedeltà è sempre presso la croce. Il Cardinal Joseph Ratzinger, prima di essere Papa, in un meeting internazionale sostenne: «Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana. E per questo tutto ciò che è fatto dall’uomo, all’interno della Chiesa, deve riconoscersi nel suo puro carattere di servizio e ritrarsi davanti a ciò che più conta e che è l’essenziale». Accettare la vita in Cristo e nella Chiesa è la nostra sfida.

Con la Protezione di Maria, Madre Vigile nell’orazione e ardente nella carità, modello della Chiesa, vi benedico.

+ p. Antonio De Luca

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Oggi sarai con me

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2. «OGGI CON ME SARAI NEL PARADISO» (Lc 23,43)
Un lacerante spettacolo di umana ferocia: tre croci, due destinate a malfattori comuni, rotti dall’esperienza del male e asserviti a logiche di perversa criminalità, tanto da essere condannati ad una pena severa, irreversibile ed esemplare. Noi oggi inorridiamo di fronte a tanta crudeltà. Tra essi, in posizione leggermente più elevata, così come lo raffigura la tradizione, c’è Gesù, il re dei giudei. Esausto, sfigurato e deriso, le urla blasfeme e le diaboliche provocazioni, che irridono alla condizione del crocifisso morente. «Si è affidato a Dio…scenda dalla croce…» (Mt 27,42) sono le stesse suggestioni del diavolo nel deserto «Se sei Figlio di Dio, gettati giù…» (Mt 3,6).

Nel cuore di ogni uomo, benché devastato dal male, dal peccato, permane fino alla fine una insopprimibile sete di verità, un’aspirazione di salvezza che non può avere altro nome che l’eternità. Lo spettacolo di Cristo in croce ispira uno dei malfattori ad un’ultima invocazione, forse anche la prima della sua vita: «Ricordati di me…». Capisce e riconosce che Colui che gli è accanto, compagno di sventura, è portatore di una misteriosa pacatezza che gli dà forza, è veramente un re. È la regalità di Gesù, la sua figliolanza, la sua straordinaria forza sovrannaturale a suscitare fiducia. È lui che genera nel cuore di quello che la tradizione ha definito “buon ladrone” un ultimo sussulto di coscienza e di speranza. Perciò con fiducia non esita a supplicarlo.

La promessa è il paradiso, subito, oggi. L’oggi di Dio è l’eternità. Questa non viene dopo la morte, è costantemente promessa e realizzata nel presente, là dove c’è perdono, accoglienza, umanità, voglia di bene, tutto ciò ci permette di realizzare ogni giorno il paradiso…benché può esserci capitato di dimenticarlo. Tuttavia «se l’uomo dimentica il paradiso rende il mondo un inferno»: queste parole, attribuite ad un grande statista e uomo di fede luterano, interpellano noi oggi. Solo chiedendo il paradiso lo si ottiene: «Ricordati di me!».

Nell’attesa della domenica senza tramonto, di cuore vi benedico.

+ p. Antonio De Luca