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Nomine dei parroci

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Al Popolo Santo di Dio, Sacerdoti, Religiosi e Laici.

Al termine di un cammino di profondo discernimento spirituale, alla luce della Parola di Dio (Lc 5, 1-11), per un rinnovato impegno di evangelizzazione nella Chiesa di Teggiano-Policastro, e leggendo con misericordia la nostra realtà umana, fraterna e comunitaria, vi annuncio i trasferimenti che intendo portare avanti dal 1° settembre 2018 al fine di accrescere la comunione e il servizio ecclesiale nella nostra Chiesa locale.

Il ministero sacerdotale è per la santità! Ecco perché ogni vocazione nasce dall’unica missione affidata dal Padre al Cristo nello Spirito e dal Maestro ai suoi discepoli al fine di custodire i fratelli nella fede e nella verità attraverso l’annuncio del Vangelo e la celebrazione dei Sacramenti. Occorre ravvivare ogni giorno il servizio con la preghiera e la carità verso il prossimo (cf. Gaudete et exultate, nn. 137-138).

Nella lettera pastorale vi ho consegnato – umilmente – una riflessione sul ministero per riflettere sulla Realtà redenta dal Cristo, che nonostante le nostre infedeltà e inadempienze, porta il segno della Grazia che siamo chiamati a portate in tutto il mondo. Siamo chiamati “a riscoprire la fecondità del rapporto personale e comunitario con il Signore; a radicarci nella Verità, prendendo realmente parte alle fatiche apostoliche; a riscoprire la missione dei laici, impegnandoli nel vasto campo di questo mondo; tentare nuovi percorsi che siano di radicale cambiamento verso un modello di pastorale d’insieme” (cf. pp. 20-21).

Inoltre, occorre recuperare il dialogo con le nuove generazioni, portandoli alla scoperta dei contesti ecclesiali e umanitari della carità e della missione, della evangelizzazione e del volontariato, al fine di far maturare talenti per la crescita del tessuto sociale, politico ed economico della nostra terra, con la forza interiore della santità “della porta accanto”. La santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due! (Cf. Gaudete et exultate, n. 141). Siamo, inoltre, consapevoli che l’evangelizzazione non è una strategia di pochi, ma una missione dello Spirito di tutta la Chiesa! Non lasciamoci rubare la Speranza!

Negli orientamenti pastorali troverete tracce di un cammino più profondo e più articolato che vivremo nella comunione ecclesiale. Non abbandoniamo il campo della formazione, unica via d’uscita dalla routine quotidiana delle cose da fare. E tutto questo si compie nella Comunità, luogo ove il Cristo rinnova i doni dello Spirito per andare in profondità ovvero camminare alla luce della Parola.

Non chiudiamo le porte del cuore allo Spirito, anche quando constatiamo la fatica della evangelizzazione, della comunione e della responsabilità pastorale dei fratelli! Portiamo nel nostro spirito la fiducia di Chi ci ha scelto per essere suoi ministri e discepoli, confidando nel suo aiuto, che ha fatto il cielo e la terra.

Confidando nella grazia di Dio e nella materna intercessione della B. V. Maria, Madre della Chiesa, perché il Bene si realizzi nel cuore di ogni uomo.

Teggiano, 2 agosto 2018

Il Vescovo
+ padre Antonio De Luca

 

Don Marco Nardozza, Parroco di Sicilì e Morigerati
Don Pompeo Mauro, Vicario Parrocchiale di Sicilì e Morigerati
Don Pasquale Pellegrino, Cappellano Ospedale di Sapri
Don Ivan Sarto, Parroco di Torre Orsaia e Castel Ruggero
Don Antonio Calandriello, Amministratore Parrocchiale di S. Angelo a Fasanella e Ottati
Don Angelo Pellegrino, Vicario Parrocchiale di S. Angelo a Fasanella, Ottati, Aquara
Don Antonio Marino, Parroco di Controne
Don Pasquale Gaito, Parroco di Terranova, Castelluccio, Galdo
Don Vincenzo Contaldi, Parroco di Celle Bulgheria e Poderia
Don Pietro Tripodi, Vicario Parrocchiale di Celle Bulgheria e Poderia

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A policastro l'accoglienza degli 'ambulanti regolari'

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Da Avvenire di mercoledì 1 agosto 2018.

Penda e Ibrahim escono alle 7 di casa. Lei in abbigliamento marino, con un bel cappellino di paglia e un’ampia borsa. Lui sportivo con zainetto e un bustone di plastica. Sono due ambulanti senegalesi e la loro casa è nell’episcopio di Policastro, ospiti del vescovo di Teggiano-Policastro, padre Antonio De Luca, assieme ad altri lavoratori immigrati. Proprio sotto la bellissima cattedrale romana dell’XI secolo, edificata per volere del re normanno Roberto il Guiscardo. In questo momento sono quattro, tutti senegalesi e tutti ambulanti. I famosi 'vu comprà' che il ministro Salvini ha messo nel mirino, offrendo finanziamenti ai comuni per pattugliare le spiagge che per il responsabile del Viminale sono 'infestate di abusivi'. Qui la Chiesa ha invece aperto le porte agli ambulanti che negli altri anni erano costretti a dormire sulla lunghissima spiaggia del Golfo di Policastro, riparandosi sotto le barche, ancheper sorvegliare la mercanzia. «Stiamo solo accogliendo povere persone che avevano bisogno. Parliamo di esseri umani. Noi cerchiamo di dare piccoli segnali – ci spiega il vescovo che all’interno della Conferenza episcopale campana si occupa proprio di migrazioni –. I percorsi di integrazione devono partire dai piccoli centri, perché c’è umanità e i problemi sono diluiti e affrontati con un’immediatezza che non li fa esplodere. Vedo segni positivi». In questi giorni oltre a Penda, 38 anni, e Ibrahim, 19 anni, ci sono Maguette, 47 anni, e Yacine, 40 anni. Qui possono dormire su un vero letto, hanno il bagno e una doccia, presto arriveranno un frigorifero e un ventilatore. Possono anche usufruire della mensa diocesana per i poveri, italiani e stranieri, della vicina Sapri. Ea pochi chilometri, a San Cristoforo di Ispani, è disponibile una casa che la diocesi ha preso in affitto per varie emergenze abitative e che attualmente ospita un cittadino della Costa d’Avorio, un bosniaco e un napoletano sfrattato. Il tutto grazie all’impegno dei volontari della Caritas diocesana, come Domenico Abbadessa che ci accompagna ad incontrare i quattro ospiti. Sono tutti in Italia da molti anni, anche il ragazzo che è arrivato quando ne aveva appena 14. Il primo incontro con loro lo abbiamo fatto di mattina mentre si preparano per andare al lavoro. Maguette, musulmana come gli altri, sta pregando in un angolo. Non sono preoccupati della nostra presenza. Qui davvero sono 'a casa'. Ci fanno vedere la Carta d’identità italiana che riporta alla voce 'professione' la qualifica 'ambulante'. Le tre donne fanno treccine e altre acconciature, con perline e altri abbellimenti. Ibrahim vende cinture, che va a prendere a Napoli. Sono regolari, con permesso di soggiorno. Maguette, Penda e Yacine d’inverno fanno le badanti nei paesi dell’interno, d’estate si spostano sulla costa. Ibrahim fa l’ambulante tutto l’anno, vendendo le sue cinture nelle fiere paesane. Ogni tanto tornano in Senegal, ma il lavoro è qui in Italia. Lavoro duro, e lungo. Li rivediamo a tarda sera, quasi alle 23. Alcune donne hanno fatto lo 'straordinario' serale sul lungomare, approfittando della 'movida'. Sono stanchissime, si buttano sui letti coi piedi in alto. «Che male, che male!». Ma sorridono. Non vedi tristezza su questi volti. Allegri come i coloratissimi abiti delle donne. Eppure la loro non è certo una vita da 'pacchia'. Sono tutte mamme, con non pochi figli. Rimasti in Senegal. Parliamo un po’ con loro, mentre mangiano cous cous. «Come è andata la giornata?». «Poche treccine», ci rispondono Maguette e Yacine. «Va peggio degli altri anni, quest’anno si vende meno», conferma Ibrahim. Ma non ci sono problemi di intolleranza. «Ci hanno sempre trattate bene, e anche quest’anno, non vedo razzismo », dice ancora Yacine. «Qualcuno no, risponde male, ma è la vita», riflette da adulto il giovane Ibrahim. Nessuno di loro ha mai avuto multe e, dicono, in questi giorni «non abbiamo visto polizia». Ma hanno visto e toccato con mano la solidarietà.

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Nelle serre, schiavi dei pesticidi i diritti si sono fermati ad Eboli

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Proponiamo l'articolo pubblicato da Avvenire (Domenica 29 luglio 2018).

Sfruttamento del weekend. È quello che avviene nei campi e nelle serre della Piana del Sele, quando non ci sono i controlli. Vittime soprattutto i richiedenti asilo ospiti dei Cas. Ancora una volta, così come abbiamo già incontrato in altre tappe del nostro reportage sul caporalato. Una doppia illegalità, perché è lavoro nero e perché è vietato far lavorare chi è nei centri di accoglienza, ci spiega un magistrato esperto di inchieste sull’immigrazione.

Invece qui, in queste fertilissime terre salernitane, avviene e a caporali e proprietari serve anche per tenere bassi i salari dei braccianti maghrebini, da tanti anni presenti stagionalmente, anche in più di 10mila, già ampiamente sfruttati. Ce lo spiegano gli operatori della Caritas della Diocesi di Teggiano-Policastro presenti dal 2014 sul territorio col 'Progetto presidio'. «In quattro anni abbiamo avvicinato più di mille persone e riempito oltre 400 schede», ci spiega Alvaro D’Ambrosio, coordinatore del progetto e responsabile di zona degli scout dell’Agesci. «Ci contattano soprattutto per i documenti e per problemi sanitari, in particolare dermatiti e malattie polmonari provocate dal lavoro in serra senza alcuna precauzione contro gli antiparassitari (vedi storia a fianco, ndr). Ho visto tante volte la scena del trattore che irrora i pesticidi e i braccianti immigrati subito dietro a zappettare ». E questo raccontano anche i lavoratori che decidono di chiedere aiuto. «Hanno paura di parlare con noi perché se il caporale li vede non li fa più lavorare – ci dice ancora Alvaro –. Quelli più disperati, che soffrono di più, sono piùsoggetti ad essere sfruttati. Accettano qualunque cosa ». Nella Piana del Sele lavorano 20mila braccianti, la metà immigrati e di questi il 75% maghrebini. Si coltivano pomodori e meloni e poi in serra le insalatine (rucola, valeriana, ecc.) i cosiddetti prodotti di “quarta gamma” in busta, anche di grandi marche internazionali. Pochissimi hanno il contratto regolare, non più del 10%, altri senza o in grigio (più ore e paga minore). Vengono pagati anche qui 25 euro al giorno per 10-12 ore, oppure a cottimo soprattutto per il pomodoro, 7-8 euro a cassone (ne arrivano a fare anche 4-5, ma per pochi giorni).

La novità da 2 anni è lo sfruttamento degli ospiti dei Cas, tutti subsahariani. «Li prendono nel fine settimana, quando nei Cas non ci sono attività. Firmano la mattina del sabato, escono e tornano la sera della domenica quando firmano di nuovo. Così apparentemente risultano sempre presenti». Vengono pagati solo 15 euro al giorno con la scusa che tanto loro il vitto e l’alloggio li hanno già assicurati nei centri. «C’è una guerra tra poveri, c’è astio tra maghrebini e subsahariani, si bisticciano», commenta amaramente il direttore della Caritas, don Martino De Pasquale. «E questo è tutto a vantaggio di caporali e imprenditori disonesti». L’arruolamento avviene all’alba, alla rotonda di Santa Cecilia, frazione di Eboli. Arrivano i caporali, immigrati e italiani (ma sempre meno) con furgoni bianchi e station wagon. Si fanno pagare 5 euro per il trasporto e per il contatto con gli im-prenditori. E sempre alla rotonda si ferma una volta a settimana il furgone della Caritas. Ogni volta una ventina di contatti. Problemi, storie e richieste d’aiuto. Ma si gira anche nelle campagne, raggiungendo i casolari dove vivono i braccianti maghrebini, poco più che baracche, fatiscenti, senza luce né acqua, solo quella di irrigazione dei campi, certo non pulita, che favorisce le malattie della pelle. Ci vivono anche in 15-20. Ma almeno gratis. C’è però anche chi è costretto a pagare. Lo scopriamo seguendo Amhid, mediatore culturale tunisino, in Italia da 25 anni, che parla un misto di arabo e dialetto napoletano. Questa volta la casetta è decente, ma come ci spiega un ragazzo marocchino, pagano 70 euro al mese a persona, più luce, acqua e gas. E sono in 15. Insomma il proprietario incassa più di mille euro al mese. Ovviamente in nero. Il ragazzo ci conferma che prende 25 euro al giorno, senza contratto. Eppure questa è un’agricoltura ricca, 4-5 raccolti l’anno. Enormi distese di serre. Lavorano anche tanti braccianti italiani, ma a 45 euro. «Inoltre gli immigrati non prendono il Tfr – ci rivela Alvaro –, anche se firmano che lo hanno preso». E non denunciano, anche quando stanno male per il lavoro nelle serre. «Un ragazzo marocchino di 22 anni si era rivolto a noi per problemi agli occhi. Lavorava in un grande vivaio dove coltivavano le rose usando antiparassitari per i pidocchi. Lo abbiamo fatto curare, e poi invitato a denunciare, assicurandogli che gli avremmo fatto trovare un luogo sicuro. Non l’abbiamo più visto». Paura o forse solo la necessità di lavorare, a qualunque condizione. Condizioni fuori legge. Molti proprietari di serre lo sanno e mettono davanti agli impianti dei teli scuri, per non non fare vedere quello che accade all’interno. Per nascondere lo sfruttamento.

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Ebbe compassione

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22 luglio - XVI Domenica del Tempo Ordinario

Gesù si commosse,
perché erano come pecore senza pastore. (Mc 6,34)

Il ritorno dei discepoli inviati come missionari offre una delle pagine evangeliche più intime dei sentimenti di Gesù che invita gli apostoli a riposarsi insieme con lui in un luogo solitario, lontano dal frastuono, per riprendere le motivazioni della loro vocazione che innanzitutto è stare con lui. Quanta tenerezza in quell’invito del Signore, quanta cura, quanto garbo, quanta attenzione! “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’” (Mc 6, 31). Quella dei discepoli non è un “fare la missione”, ma un essere in missione, come Gesù mandato dal Padre ad annunciare il Vangelo della misericordia. È lui stesso missione, proclama un contenuto che riguarda sé stesso, il Vangelo è una persona, è l’incontro con lui, Gesù, che coinvolge, attira, attrae. La potenza della Parola aveva operato prodigi, portato frutti, insieme a fatica e rifiuto.

L’intento di Gesù di prendere un momento di riposo è interrotto dalla folla numerosa che cerca di avvicinarlo. Il tentativo di riposarsi cade nel vuoto perché la gente vuole incontrarlo e lui “si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore” (Mc 6, 34). Gesù, contrariamente alle aspettative, manifesta compassione per quella folla. Il progetto di restare da solo con i suoi discepoli salta e Gesù non perde la pazienza, non si mostra stizzito, non caccia via le persone.

“Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare” (Mc 6, 31). Questa sottolineatura indica l’impegno di Gesù e dei discepoli, la loro capacità di entrare in sintonia con le persone. Il contatto diretto con quanti vogliono ascoltare Gesù impedisce addirittura di mangiare, la “pausa pranzo” non esiste quando c’è qualcuno che attende l’annuncio del Vangelo. Proprio per questo Gesù vuole ritagliarsi un tempo di familiarità e di intimità con i discepoli.

La comunità dei credenti ha molto da imparare da questa pagina evangelica. Le modalità, l’impegno nella missione, la gioia che la Parola produce con i suoi frutti inaspettati, il disagio di non avere neanche un po' di tempo per sé stessi, la necessità di ritornare da Gesù per trovare ristoro, riposo, nella solitudine, ma insieme con lui. È questo ciò che fa la differenza: il riposo per i discepoli non consiste in un luogo fisico da abitare, non sono le vacanze da rivendicare; è il ritorno alle origini, alla fonte, Gesù, ritrovarsi con lui per ritrovare sé stessi.

La folla è affamata non solo di cibo materiale, ma soprattutto dell’insegnamento di Gesù il quale “si mise a insegnare loro molte cose” (Mc 6, 34). Non c’è crisi di ascolto, ma di testimoni credibili! Il presente e il futuro della comunità cristiana si gioca proprio su questo fronte della testimonianza credibile ed affidabile, che genera speranza, accoglienza, restituisce dignità. Recuperare la compassione, senza abbandonarsi a chiusure precostituite che mortificano la dignità degli uomini.

Non possiamo essere i fautori di un accomodante annuncio del Vangelo che lascia le situazioni così come le trova. Ri-diamo al Vangelo la possibilità di essere seme che germoglia, con la forza ed il vigore che provengono dal Signore, capace di rigenerare la fede e la carità.

Buona e santa domenica!

+ P. Antonio, Vescovo