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Ritiro spirituale per le famiglie

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L'ufficio diocesano per la pastorale familiare e vita organizza per domenica 18 novembre una giornata di ritiro spirituale per le famiglie.

Il ritiro si terrà presso il convento di S. Francesco di Padula con inizio alle ore 10:00.Sarà presente e terrà la meditazione il Vescovo della Diocesi, Padre Antonio De Luca.

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Dio e il prossimo...

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4 novembre - XXXI Domenica del Tempo Ordinario

“O Dio, tu se l’unico Signore
e non c’è altro Dio all’infuori di te;
donaci la grazia dell’ascolto" (dalla Liturgia).

Quale immagine di Dio ci siamo costruiti? Cosa pensiamo di lui, come abbiamo impostato il nostro rapporto con lui? Chi è Dio per me? Non è questa una serie di domande teoriche, che nulla hanno a che vedere con la nostra vita. Credo invece che siano di capitale importanza. Per entrare pienamente nella pagina evangelica di oggi dobbiamo affrontare queste domande, tutto dipende dalle risposte che daremo. In chi crediamo?

Per rispondere basta comunicare l’esperienza che di Dio abbiamo fatto. Senza ricorrere a formule, a teoremi. L’atto stesso di affidamento a Dio e alle verità rivelate possono essere sufficienti a poter comunicare la nostra esperienza di fede. La richiesta rivolta a Gesù da uno scriba rivela la sua buona fede: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?” (Mc 12, 28). In un ginepraio di leggi, come districarsi, senza perdere di vista il necessario? Pur conoscendo bene la legge di Dio quell’uomo rivolge a Gesù la nostra stessa domanda, che spesso affiora dalle nostre labbra: Cosa conta di più?

Gesù risponde mettendo insieme due passi dell’antico testamento e richiama la necessità dell’ascolto, shemà Israel. Ascolto come disponibilità verso Dio, ascolto che indica apertura, la preghiera con la quale si apriva e si chiudeva la giornata di ogni israelita. “Parla Signore, il tuo servo ti ascolta” (1Sam 3, 10). Dall’ascolto nasce l’amore: “Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” (Mc 12, 30). Potremmo mettere un bel punto e chiudere qui. Ciò che conta è amare Dio. Ma Gesù immediatamente a questo comandamento ne collega un altro: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore” (Lev 19, 18).

Allo scriba in ricerca Gesù indica l’essenziale, ribadisce il comandamento che è alla base di ogni altra manifestazione di adorazione verso Dio. L’amore è essenziale, per Dio e per il prossimo. Non il rispetto dei tanti precetti, leggi e decreti, ma come riesco ad incarnare l’amore. Tuttavia l’amore per il prossimo risulta il più difficile, il più arduo da attuare. Si può riuscire ad amare alcuni, ma come si fa ad amare il prossimo, quello che forse mi crea più difficoltà?

Qui ritorna la domanda iniziale. Chi è Dio per me? Perché se io ho assaporato l’amore che egli ha per me, se mi sento amato da Dio, se riesco a vedere tutto come proveniente dalla sua misericordia e dal suo amore, allora non mi sarà difficile riversare l’amore da lui ricevuto nelle relazioni con il mio prossimo. Se avverto la presenza di Dio come un antagonista, uno che limita la mia libertà, se di lui sperimento solo l’immagine distorta creata dalla mia falsa religiosità, resto bloccato, incapace di dare slancio a quell’amore per il prossimo che egli mi chiede.

Lo scriba dimostra di aver colto nel segno, la risposta di Gesù lo ha soddisfatto. Ora non gli resta che seguire le strada indicata dal Maestro Gesù. Non è lontano dal regno di Dio, come nessuno lo è quando diventa discepolo di Cristo.

Buona e santa domenica!

+ P. Antonio, Vescovo

 

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Il vero discepolo

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28 ottobre - XXX Domenica del Tempo Ordinario

“Signore, fa’ che io veda!”.
“Va’ la tua fede ti ha salvato” (Mc 10, 51-52)

Il Vangelo di Marco, dopo aver presentato Gesù come il Cristo, inizia a delineare l’identità del discepolo. Nelle scorse due domeniche abbiamo assistito a due narrazioni nelle quali viene fuori una modalità strana di intendere il discepolato. Anzitutto quell’uomo che non intende per nulla lasciare le sue ricchezze, dopo che Gesù gli propone la sequela; domenica scorsa i discepoli Giacomo e Giovanni che, pur seguendo il Maestro, non riescono ad entrare nell’ottica della passione, senza rinunciare al loro modo di intendere la missione del Cristo. Le ricchezze, quelle non solo materiali, e l’ambizione dei primi posti chiudono queste esperienze e le riducono a qualcosa di superficiale ed effimero.

Oggi il Vangelo propone una figura positiva di discepolato. Il cieco Bartimeo dimostra di essere disposto a seguire il Maestro. Colui che sembra il meno adatto, riesce a liberarsi di tutto (immagine del mantello lasciato) per seguire Gesù. Una folla segue Gesù, lo ascolta, vede i segni di guarigione e di liberazione che egli compie, i discepoli sono con lui, gli apostoli condividono con lui tutto, eppure la disponibilità a seguire il Maestro la dimostra Bartimeo, senza neanche segni straordinari e mostrando una fede, tutto sommato, poco strutturata.

Questo a dimostrazione che non basta seguire materialmente Gesù, ma è necessario assumere i suoi sentimenti, fare spazio alla sua parola, al suo Vangelo, diventando lievito buono che fa fermentare la pasta. Lo si può seguire Gesù, anche senza lasciarsi mai scalfire da nessuna delle sue parole, pseudo-discepolato apparente, vuoto, svuotato di senso, che non lascia traccia, che non va in profondità, ma si compiace solo di mostrarsi per ciò che non si è.

Gesù è solo. Il senso del fallimento, secondo una logica umana, è forte. La sua risalita a Gerusalemme lo condurrà alla fase finale della sua esistenza, quando non potendo dare più nulla, dona sé stesso. Anche in quei momenti è solo… Bartimeo è un’assoluta novità in questo contesto. Non è azzardato ipotizzare che egli sia l’ultimo chiamato, l’ultimo che inizia a seguire Gesù nell’ultimo tratto di strada. È cieco, ripiegato su stesso, non solo fisicamente. Non potendo vedere egli percepisce il suo essere incapace di relazionarsi. Molti gli passano accanto, lasciando cadere la loro elemosina, l’unica certezza che ha è il suo mantello, nient’altro.

La sua malattia era il segno della sua indegnità, vittima di chissà quale passato peccaminoso. Biasimato e compatito, egli rimane lì, al suo posto. Fino al momento in cui Gesù sente le sue grida, lanciate perché sapeva che egli passava. I rimproveri per zittirlo e poi l’iniziativa diventa di Gesù: “Chiamatelo”. Dio si ferma, non tira dritto. “Ascolta il grido del povero” e si ferma ai margini, per risollevare gli scarti creati da una umanità sempre meno umana.

“Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10, 51). La stessa domanda che Gesù aveva posto ai due fratelli discepoli di domenica scorsa. Ma mentre quelli chiedevano i posti di onore, Bartimeo cerca la luce. L’aveva già trovata… “Subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada” (Mc 10, 52).

Buona e santa domenica!

+ P. Antonio, Vescovo

 

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Tra voi non è così

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21 ottobre - XXIX Domenica del Tempo Ordinario

“Concedi a tutti noi di condividere il calice della tua volontà" (dalla Liturgia).

Addentrandosi nella lettura del Vangelo di Marco scopriamo un Gesù sempre più esigente. Non è il tempo delle mezze misure, il Maestro scende verso Gerusalemme dove si compirà la sua Pasqua di morte-resurrezione. E più si avvicina quel momento, più egli chiede ai suoi discepoli di seguirlo, di restare ancorati alla sua parola, senza pretese trionfalistiche.

Dopo aver identificato in Gesù il Cristo, insieme con Pietro, ora dobbiamo trovare l’identità del discepolo che segue il Maestro e che Gesù ci aiuta a focalizzare. Già domenica scorsa Gesù ci ha offerto uno stimolo importante, il dialogo con quell’uomo animato da buoni sentimenti al quale Gesù ha chiesto di spogliarsi di tutto per seguirlo, resta per noi una indicazione importante per essere suoi discepoli.

Gesù scende geograficamente dalla Galilea in Giudea, ma è anche una discesa nelle pieghe più intime dell’umanità ferita, vuole condividere tutto di noi Gesù e chiede ai discepoli di seguirlo. Emerge ancora una volta, però, l’incomprensione dei discepoli, dei due fratelli Giacomo e Giovanni che chiedono a Gesù di poter occupare i primi posti nel suo regno, mostrando una totale mancanza di sintonia con Gesù. L’ansia di trovare un posto sicuro, magari anche d’onore, ha spesso offuscato nella comunità dei credenti l’aspetto che invece conta di più: seguire il Maestro dovunque egli vada. “Vieni e seguimi” è quello che il Signore continua a ripetere, senza fare calcoli, senza pretese, senza meriti, fidandosi di Dio, sempre.

Non conta allora pretendere posti prenotati per tempo, Gesù si sottrae da una logica tipicamente umana, anzi usa l’immagine del potere politico del momento per indirizzare ai suoi un insegnamento che mette il servizio come aspetto fondamentale di tutta la comunità dei credenti. “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Mc 10, 42-43).

Il servizio nella comunità si identifica con Gesù, egli resta il criterio cui sempre si deve ispirare la Chiesa, lui insegna che regnare equivale a servire e che non vi può essere altra via di realizzazione se non quella tracciata dal suo Vangelo: “Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45).

La Chiesa riscoprirà la sua vocazione quando tutti i battezzati riusciranno a mettere da parte divisioni, contrapposizioni, lotte, conflitti, per restituire al mondo la sua vera e propria identità: “Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 21).

Buona e santa domenica!

+ P. Antonio, Vescovo