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La Redenzione ha un significato sociale

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La generatività ha una delle sue massime espressioni nell’atteggiamento del prendersi cura. L’anello di congiunzione tra il generare e il suo compimento – lasciar andare –, deve passare attraverso la fatica del prendersi cura. Questo schema dell’ordine naturale si ripropone poi anche nella logica di un’idea, di un sogno, di un progetto, ma anche nell’adempimento di una missione e di un servizio. Prendersi cura significa chinarsi con discreta attenzione, accompagnare e sostenere chi è debole e fragile, chi aspetta di essere sostenuto ed accompagnato verso mete di umana e spirituale dignità. Chi si prende cura è capace di immettere costantemente in circuiti esausti ed asfissianti nuovi germi vitali per rianimare le relazioni, gli impegni, la fedeltà e la speranza.

In questa logica generativa mi piace leggere il servizio e l’attenzione che i cristiani riservano a tutte le forme di diversità etniche, religiose, politiche, culturali, di genere e di intelligenza. La diversità è un’arricchente campo di azione e non un attacco alle identità. Non si entra nella sfida delle convergenze sovraccarichi di paure e di fantasmi. La comune ricerca della salvezza per la famiglia umana ha un nome concreto e allo stesso tempo una visione sovrumana, la Redenzione. Un principio di umanesimo solidale e trascendente, che si realizza anche nelle componenti multiculturali, nella mobilità umana, attraverso l’accoglienza, l’incontro, il dialogo, l’ascolto e il grande impegno dell’integrazione. Certamente sono in aumento i matrimoni tra persone di diverse nazionalità, aumentano alunni e studenti stranieri nelle nostre scuole, ma ancora non sono sconfitte le forme di pregiudizio e di larvato razzismo che inquinano la conoscenza tra le persone e privano ogni percorso di una solida speranza di incontro e di civile convivenza. Il mondo deve attraversare i sentieri seri e coraggiosi della pace che non è solo per “minoranze felici”, essa o è planetaria o è solo effimera illusione; come amava ripetere Paolo VI «lo sviluppo è il nuovo nome della pace».

Assetati di percorsi di redenzione e di riscatto da tutte le forme di ingiustizia, di strutture di peccato, i popoli della povertà e della fame, vittime dell’ingiustizia e delle guerre, ci interpellano smascherando allo stesso tempo le false ed ipocrite parole di alleanza e di solidarietà, che di solito restano solo confinate nei buoni propositi. I percorsi di redenzione umana, sociale, esistenziale e spirituale, sono sempre contraddistinti da coraggiosi dinieghi verso tutto ciò che è disumano, che è profitto iniquo ed ingiusto.

Il pericolo di ridurre il Vangelo ad una mera teoria filantropica o peggio a un dialettico confronto di idee, è sempre in agguato. L’ accoglienza del Magistero coraggioso e profetico di Papa Francesco fa risuonare parole e indicazioni che hanno la freschezza carismatica degli inizi della Chiesa e che sono nel cuore dell’annuncio evangelico, sono parole capaci di comporre la divisione e di indirizzare verso l’unica consapevolezza: «Confessare che Gesù ha dato il suo sangue per noi … La sua redenzione ha un significato sociale perché Dio, in Cristo, non redime solamente la singola persona, ma anche le relazioni sociali tra gli uomini» (Papa Francesco). Ogni redenzione e tutta la redenzione è sempre inchiodata ad una croce.

+ p. Antonio De Luca

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Un pezzo di strada, una pagina di storia

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Carissimi abbiamo pensato di fare una piccola sintesi del percorso fatto in questi ultimi anni con le Giornate Mondiali della Gioventù e le esperienze Diocesane. Da poco abbiamo appreso lo spostamento dell'evento di Lisbona 2022 al 2023, per ovvie motivazioni di sicurezza. Il cammino verso l'appuntamento mondiale si dilunga ancora, ma questo non ci scoraggia, anzi spinge l'Ufficio Diocesano di Pastorale Giovanile Vocazionale, in linea con le indicazioni nazionali, a delineare nuovi percorsi educativi per realizzare quanto il Sinodo ha indicato. In attesa di nuove proposte, lo Speciale prodotto invita a fare memoria di quanto vissuto per riaccendere il desiderio in chi ha partecipato e nel frattempo spronare altri giovani a mettersi in contatto.

"Giovane, dico a te: alzati!" — GMG 2020

Ufficio Diocesano Pastorale Giovanile Vocazionale

Sito Pastorale Giovanile Vocazionale https://www.giovaniteggianopolicastro.it/

 

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La concretezza della carità

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Sostenuti dalla Conferenza Episcopale Italiana e da Caritas Italiana, anche la diocesi di Teggiano-Policastro ha offerto un notevole contributo per affrontare la grave situazione di pandemia causata dall’esplodere del contagio da covid-19.

Il Vescovo p. Antonio De Luca ha da subito corresponsabilizzato la Caritas diocesana per tessere una fitta rete di aiuto e sostegno alle situazioni più urgenti, destinando a tale scopo risorse e stimolando generose iniziative. Alle già collaudate esperienze di vicinanza si è aggiunto, grazie ad una proficua collaborazione con alcune imprese sartoriali locali, la produzione di mascherine chirurgiche in TNT. Con l’inizio dell’epidemia, infatti, questi preziosi dispositivi di protezione individuale sono divenuti introvabili o comunque insufficienti a soddisfare l’accresciuta richiesta. L’attenzione è stata rivolta prioritariamente al personale ospedaliero (Luigi Curto di Polla e Immacolata di Sapri), alle forze dell’ordine e a quanti sono schierati in prima linea per contrastare il Coronavirus e dunque più esposti al pericolo del contagio. Si è provveduto a fornire di mascherine anche le attività commerciali che operano a stretto contatto con il pubblico (alimentari, supermercati, farmacie, ecc.). Non sono state trascurate le residenze per anziani che ne hanno fatto richiesta.

Il Vescovo ha predisposto la costituzione di un fondo per garantire una risposta urgentissima alle aumentate difficoltà economiche di tanti nuclei familiari. I parroci e le rispettive comunità si sono mobilitati in una gara di solidarietà verso i due centri ospedalieri della Diocesi. Non si è interrotto il servizio mensa a Sapri, dove accedono persone che possono anche ritirare il pasto da consumare a casa. La Diocesi ha offerto inoltre una struttura, sita nel comune di Ispani, alla ASL di Salerno per coloro che sono tenuti ad osservare una quarantena obbligatoria. Un servizio di assistenza psicologica viene offerto attraverso l’attivazione di un numero telefonico.

La Caritas diocesana continua a rispondere agli innumerevoli appelli di necessità e di urgenza, che giungono da parte di famiglie particolarmente provate. La carità della Chiesa è il tratto distintivo dell’annuncio del Vangelo nel quale tutti i battezzati siamo coinvolti

don Martino De Pasquale
Direttore Caritas Diocesana

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Una visione inclusiva e planetaria della famiglia umana

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L’esasperata e strumentale accentuazione del concetto di identità è sempre coincisa con le forme di integralismi e di pericolose conflittualità. Ogni tipo di fondamentalismo identitario sconfina in un concetto di rivendicazione di privilegi o, se vogliamo, di indebite precedenze. E che dire poi quando l’ossessiva ricerca dell’identità genera persecuzioni ed emarginazione. La vera logica di una costruzione identitaria non erige un recinto ma piuttosto elabora orizzonti nei quali le differenze e le integrazioni non sono colte come minacce, ma piuttosto come una rinnovata possibilità di dialogo, di inclusione e di sano convincimento che solo insieme la famiglia umana può crescere e rafforzarsi. È questa la base di ogni singolare identità, chiamata oggi a difendere le differenze, a costruire ponti e a salvaguardare la casa comune, la madre terra, minacciata anch'essa da conflitti e da interessi che spesso si rifanno a insopportabili principi identitari. In più circostanze le identità etniche, religiose e culturali vengono accentuate con la difesa di simboli e di segni di appartenenza. Se questo può essere comprensibile, non altrettanto lo è l’aggressiva polemica nei confronti di chi osa lanciare coraggiosi messaggi universali di fratellanza e di vicendevole sostegno.

Si pensi nel mondo occidentale alle polemiche sul presepe o sul crocifisso, ma anche sul suono delle campane. Le scene di cristiana evocazione della natività di nostro Signore Gesù Cristo, ambientate su un barcone o con pastori chiaramente di colore olivastro, suscitano in alcuni una reazione di disturbo. Si grida alla confusione educativa, al tradimento del messaggio evangelico e della storia che contiene.

Ma non mancano poi coloro che inneggiano a una errata comprensione del concetto di laicità sempre in nome di una identità laica delle istituzioni, dello Stato e della società. Il vero concetto di laicità, contiene in sé semi di generatività rispetto alla libertà, alle differenze, alla custodia delle singole vocazioni, realtà che anche il cristianesimo sostiene e privilegia, proponendo una laicità leale, inclusiva e rispettosa. Chi invece non comprende questa accentuazione finisce per sostenere un laicismo che è foriero di ostilità, di conflitti, di rifiuto delle minoranze e poco rispettoso - questo sì! - delle differenze.

Una visione inclusiva e planetaria della famiglia umana inneggia ed esalta la fratellanza, l’accoglienza, la conoscenza reciproca, valorizza i positivi messaggi politici, religiosi, educativi che ogni gruppo umano custodisce ed evoca nelle vicende e nelle varie situazioni della vita. Esistono in tutte le culture e in ogni religione, certamente con sfumature differenti, punti comuni di incontro che vanno valorizzati: la nostalgia di Dio e della bellezza, la lotta per l’uguaglianza, la liberazione dall’oppressore, la dignità della donna e dei deboli, la sconfitta delle povertà, l’amore alla casa comune e all’ambiente.

La situazione mondiale che ancora conserva sproporzionate sacche di ingiustizia sociale e di sfruttamento di intere aree del nostro pianeta, la persistenza di conflitti religiosi ed etnici, dietro i quali spesso si nascondono interessi di dubbia natura, determinano lo scontro culturale e generazionale, alimentando un’intolleranza verso tutto ciò che è minoranza e diversità, permangono situazioni oltraggiose verso appartenenze e identità che sfociano in forme di aggressività e di rifiuto. Intere popolazioni sono violate nei diritti umani fondamentali e ciò che ci rende uguali e capaci di libertà è proprio l’umanità che ci colloca nel grande orizzonte della famiglia universale.

I particolarismi e gli ossessivi cortocircuiti nazionalisti e sovranisti appaiono intrinsecamente anacronistici, la storia è protesa naturalmente verso quel crogiolo di popoli e di culture che costituiscono il ricambio generazionale e ne determinano il futuro. La mobilita umana, la multiculturalità e l’incontro tra le razze non sono minacce ma sono nuove sfide e segni lungimiranti del futuro. Chi vuole attardarsi in miopi previsioni di benessere individuale e particolare sta ignorando il corso della vicenda umana. Non si ha il coraggio di chiamare per nome le responsabilità di molti governi e di istituzioni internazionali che ancora esitano a prospettare una soluzione globale ai grandi problemi delle migrazioni o dell’inquinamento del pianeta.

La cultura dell’incontro e la cura dell’identità propria e degli altri ci spinge a guardare l’altro non sempre e non esclusivamente in termini di minaccia o di aggressione. L’altro non è uno dal quale bisogna guardarsi e perfino respingerlo, non sono questi i presupposti di un umanesimo integrale fatto di sviluppo, di rispetto e di incontro.

+ p. Antonio De Luca