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Capaci di Dio, cioè umili

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Palare di umiltà è rischioso, significa consegnarsi ad un anacronismo concettuale. Siamo nella cultura dell’immagine, della brillantezza delle ascese e gli arrampicatori sociali sono quelli che seducono e si affermano. Nella vita la prima lezione è quella di imparare a sgomitare per farsi strada. Non importa come, l’importante è riuscire, anche a costo di calpestare gli altri. Spesso l’umiltà è concepita come sterile remissione, insignificante passo indietro, o accettazione supina di eventi e di relazioni altrimenti insostenibili. L’umiltà la si identifica la con rassegnazione e la inerme reazione, da incapaci a umili, il passo è breve! In realtà già la parola umile affonda le sue radici nel concetto di humus, cioè terreno ottimo nel quale rifioriscono e germogliano i migliori semi. Ed indica anche la comune generazione di ogni essere umano, veniamo dalla terra. Ecco il primo grande livello dell’umiltà la consapevolezza di essere portatori di grande passione e di ricerca sincera di verità, nonostante la condizione di comune fragilità. L’umiltà è un vivaio di umanità.

La grandezza di un uomo consiste nella mite ricerca della verità che sempre ci rigenera «nell’umiltà intellettuale di fronte al supremo» (A. J. Hescel). Siamo circondati da codici comportamentali che si esprimono in formalismi, cerimoniali, con l’esaltazione delle procedure, ma spesso cadiamo nella cultura delle maschere che non possono reggere di fronte ai grandi impegni della solidarietà, dell’inclusione, delle relazioni educative autorevoli e generative.

L’umiltà non costruisce apparati di facciata, né di buon senso, ma di profonda consapevolezza di essere destinati ad una umanità che aspetta il nostro impegno. Ecco l’umiltà è consapevolezza di ciò che si è chiamati da essere nel progetto di Dio. Tradisce l’umiltà chi la sceglie come astuta strategia, essa invece è una vita teologale con lo sguardo fisso sul Figlio di Dio che si è incarnato per noi, ed ha scelto la croce. Talvolta anche una forma di umiltà erroneamente compresa può generare disimpegno e rinvii di fronte a compiti e responsabilità che vanno energicamente affrontati. Ci si sente sempre costantemente indegni e impreparati! Così compresa l’umiltà indebolisce e non rafforza. Il vero senso dell’umiltà ci apre alla prospettiva di accogliere Dio, e di generare l’amore che viene richiesto, l’umiltà ci rende esseri “capaci di Dio” (capax Dei). L’ingresso nel regno di Dio non sarà determinato dalla brillantezza di iniziative umanitarie, intellettuali, né da proclamazioni di principi nobilissimi, piuttosto sarà la silenziosa ed umile fedeltà ad un compito e ad una missione. Papa Francesco ci ricorda che “l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti” (Evangelii Gaudium 288). La coscienza della propria responsabilità genera l’umiltà.

+ p. Antonio De Luca

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Guarire l'animo

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Incurabili… È il nome di un ospedale napoletano dai presagi nefasti, ospitato in un monumentale complesso cinquecentesco, dove erano condotti coloro che non avevano alcuna speranza di sopravvivenza a causa di malattie irreversibili o per la condizione sociale di povertà e di abbandono. E tuttavia in quelle mura usufruivano di una umanissima assistenza non solo medica, ma caritativa e religiosa. Le corsie di quell’ospedale sono state le cattedre per esimi uomini di scienza, ma anche la palestra di santità di uomini e donne eccezionali, almeno trenta tra Santi e Beati, hanno frequentato gli Incurabili. Ricordo per tutti il giovane principe napoletano Alfonso dei Liguori, dismessa la livrea nobiliare, era solito servire i malati degli Incurabili, fu proprio in quello spazio e respirando quell’aria che percepì ripetutamente un invito, sulle prime sconcertante, ma poi sempre più convincente: “lascia il mondo …”; comincia così il travaglio interiore che lo condurrà a scelte di radicalità in favore dei più abbandonati. Resta viva in quei padiglioni la venerazione al medico Santo Giuseppe Moscati, memorabile figura di carità ai più poveri.

Ciò che stiamo sperimentando in questa crisi socio-sanitaria è che la malattia e la sofferenza addomesticano e cambiano! È questa la verità dalla quale ripartire per comprendere la direzione ed il senso di ogni stagione della vita. Quando improvvisamente la condizione del dolore compare nella vita, comincia un doveroso ripensamento che porta a resettare le relazioni, le risorse, i talenti, si comincia a leggere con sano realismo i ritardi, i fallimenti, le imprese pienamente riuscite, delle quali forse in alcuni casi, resterà solo il ricordo. La malattia non ridimensiona, piuttosto indirizza verso prospettive inedite ogni attimo ed ogni piccolo talento. È la stagione nella quale si comincia ad inventariare il tempo e le occasioni, tutto appare particolarmente prezioso ed irripetibile. Non solo perché viene amputata una visione funzionalistica ed efficientista della persona, ma perché si resta circondati esclusivamente da ciò che conta.

Si fa sempre più urgente nella fase della sofferenza insopportabile e del dolore la vicinanza e la prossimità non solo della famiglia, ma anche della scienza, onde evitare la tristezza cocente della solitudine e dell’abbandono dentro i quali può anche maturale l’insano desiderio dell’autodeterminazione assoluta e solitaria, con logiche di morte e di suicidio assistito. In un modello sociale selettivo, idolatra della meritocrazia e dell’efficienza, l’infermità stabile e definitiva, la disabilità, appaiono persino un peso nell’economia di una società.

Il volontariato si esprime in una logica di vicinanza e di prossimità verso coloro che provati dal doloro avvertono il bisogno di un sostegno. Non si tratta solo di dare sollievo a fratelli e sorelle provati dalla malattia, ma è anche l’occasione per ricevere, per avviare processi di discernimento, per riporre nella giusta direzione la visione della vita e del mondo. In tale prospettiva non è affatto educativo sottrarre dalla dimensione relazionale delle giovani generazioni l’impatto con la sofferenza e con il dolore. La morte e il dolore non si possono nascondere, non per una compiaciuta rassegnazione né per una fatalistica visione della vita, ma per un sano realismo educativo. Entrare in contatto con la sofferenza educa all’impegno, alla passione per la valorizzazione di ogni frammento di vitalità e di ingegno, educa all’oblatività offerta e ricevuta di chi vuole scorgere in ogni situazione una rinnovata opportunità di vita e di servizio.

La pretesa di isolare dalla sofferenza è un delirio che conduce a uno scadente impatto con la vita e con la società, perché elabora schemi arcaici nei quali chi ha possibilità è un vincitore e chi è sfortunato è anche un perdente. Siamo di fronte all’eliminazione di ogni ragionevole progetto umano e sociale. Solo la logica dell’inclusione e della generatività aiuta a cogliere in un tempo della vita e per tutta la vita la gioia di una nuova conquista e debellare le paure. La prima delle quali è proprio la paura dell’inutilità del vivere, del soffrire e del morire. Questo pericoloso nichilismo si dissolve solo attraverso una singolare apertura alla ‘questione Dio’, al Trascendente e al Divino, via della bellezza e della salvezza, educandosi all’accettazione del limite umano come grazia e come opportunità. L’impatto doloroso con la sofferenza inutile, con quella dei bambini e degli innocenti o con chi vive sofferenze insopportabili, suscita interrogativi inquietanti, solo l’alleanza con un umanesimo integrale e trascendete può sostenere il riscatto e la guarigione dell’animo umano

+ p. Antonio De Luca

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Sulla pace non ci inganni una falsa speranza

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Il tema della pace interpella quotidianamente la sensibilità umana e cristiana. In un contesto di enormi successi, dove il progresso è diventato un idolo da perseguire, ci si domanda se e quanto la cultura, la scienza e la tecnica, scelgono la pace come metodo, obiettivo e condizione per una vera conquista umana. Il mondo dei social, che molto può contribuire a diffondere quella saggia cultura di pace, e di relazionalità improntata all’autenticità e alla lealtà, innesca invece, molto spesso, dolorosi scontri verbale ed aggressività comunicativa che esaspera i rapporti e le necessarie visioni d’insieme senza le quali non si costruisce un futuro di pace. Slogan gridati, saccenti al limite della volgarità, inducono ad una meno che mediocre visione di pace, che si genera invece attraverso un’etica non-violenta della risoluzione dei conflitti, a partire da quelli quotidiani, fino alle grandi problematiche nazionali ed internazionali.

L’impegno per la pace non si riduce esclusivamente nella militanza in organizzazioni pacifiste, che pur servono. Piuttosto è necessaria una prospettiva inclusiva delle grandi sfide socio-ambientali dalle quale nascono gli enormi squilibri sociali in rapporto alla giustizia, alla libertà di scelta del luogo dove vivere e dove riuscire a entrare in una qualità di vita dignitosa tipica di ogni essere umano.

La madre di ogni guerra è sempre l’ingiustizia e l’indifferenza, qualcuno guardano ai moltissimi conflitti che vi sono nel mondo (ben 36 guerre e moltissime situazioni di crisi), la definisce la mappa dell’ipocrisia, perché se da un lato si sottoscrivono trattati e si pubblicano le dichiarazioni di intenti, in realtà si continuano a produrre a vendere armi sofisticatissime di distruzione di massa, permangono gli iniqui commerci che impoveriscono i paesi già ridotti alla fame, e nulla si fa per offrire significativi percorsi di crescita e di progresso sociale a molti popoli vessati da conflitti politici, o avvicendamenti di caste o da interessi derivanti dal petrolio o da altre preziose risorse.

I paesi maggiormente dotati di risorse e di una visione planetaria dello sviluppo, attraverso gli organismi internazionali e sovranazionali devono ristabilire percorsi di pace negoziata, alla luce del principio della solidarietà e della cooperazione, con lo stile dell’amicizia, del negoziato e della vicendevole promozione tra i popoli. Papa Francesco nella severa costatazione di “una terza guerra mondiale combattuta a pezzi”, intende anche evocare lo sforzo di chi deve pensare la pace, non solo come un teorema o un artificioso accordo di non belligeranza, ma piuttosto una visione inclusiva planetaria che metta insieme l’istanza sociale di giustizia, di verità, di rispetto dei diritti e della dignità umana ed ambientale.

Il Concilio Vaticano II, che molto riflette sulla responsabilità di costruire la pace, scrive: «Né ci inganni una falsa speranza. Se non verranno in futuro conclusi stabili e onesti trattati di pace universale, rinunciando ad ogni odio e inimicizia, l'umanità che, pur avendo compiuto mirabili conquiste nel campo scientifico, si trova già in grave pericolo, sarà forse condotta funestamente a quell'ora, in cui non potrà sperimentare altra pace che la pace terribile della morte. La Chiesa di Cristo nel momento in cui, posta in mezzo alle angosce del tempo presente, … non cessa tuttavia di nutrire la più ferma speranza. … essa intende presentare con insistenza, il messaggio degli apostoli: “Ecco ora il tempo favorevole” per trasformare i cuori, “ecco ora i giorni della salvezza”».

+ p. Antonio De Luca

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Ai fratelli musulmani per il ramadan

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“O voi che credete! Vi è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi,
nella speranza che voi possiate divenire timorati di Dio” (sura II, v.183).

Cari fratelli e sorelle di fede musulmana, a nome della comunità cattolica della diocesi di Teggiano-Policastro, il Vescovo Padre Antonio De Luca insieme all'ufficio diocesano per la Pastorale della Migrantes, all’inizio del mese sacro del Ramadan, desiderano rivolgere il loro pensiero a voi tutti.

Per voi questo è un tempo di digiuno e di preghiera nel quale purificare con le privazioni i vostri cuori, per essere più vicini gli uni agli altri. Ma è anche un tempo di festa nel quale riscoprire che Dio, nostro Creatore, deve ispirare le nostre scelte e le nostre azioni perché tutti veniamo da Lui. Che Dio clemente e misericordioso benedica le vostre famiglie e doni la pace agli uomini, soprattutto là dove è più minacciata.

Mentre vi assicuriamo il ricordo nella preghiera, vi rinnoviamo la nostra amicizia e vi auguriamo un buon e santo Ramadan.

Ramadan Mubarak! Ramadan Kareem!

+ Padre Antonio De Luca

Il direttore e l’equipe diocesana