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Una lezione per la vita: ascoltare

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Una delle dimensioni religiose della cultura ebraico-cristiana è proprio l’ascolto. Si deve ascoltare Dio, quotidianamente e più volte in un giorno ogni pio israelita riporta alla memoria questo imperativo: “Ascolta, Israele!”. Si ascoltano i genitori, i saggi, l’amico, i precetti, i consigli. Si cresce ascoltando. Si ascolta la propria coscienza, comprendendone i moti interiori, le rivolte, gli assensi liberi e le costrizioni. Si ascolta la natura, si ascoltano le ragioni dell’altro, anche il disagio. Ascoltare è vivere in profondità, è riuscire a percepire le gioie grandi e piccole del vivere, significa corroborare nella prova ogni tenue filo di speranza.

Viviamo in una società che ci sommerge di messaggi e di parole gridate, oltre all’invasione delle immagini, di slogans. Talvolta manca il tempo per elaborare un messaggio, un contenuto, che si è già incalzati dal successivo. C’è il collasso dell’ascolto perché un’istantaneità informativa ci sovrasta. Abbiamo bisogno di attimi di silenzio e di solitudine per debellare il pericoloso ottundimento nel quale stiamo precipitando.

Ecco la prima condizione dell’ascolto: far dilagare la generatività individuando orizzonti di impegni e di sfide. Quante persone sature di vacuità e di banalità hanno smarrito l’essenzialità di ciò che conta davvero. Si ascolta con l’animo grato, con il cuore desideroso per poter inneggiare al valore della solidarietà, della prossimità e dell’umana convivenza. Ascoltare è una delle modalità che apre la via al discernimento, alla ricerca di indirizzo della vita, ma è anche la forza capace di abbattere il muro della solitudine, dell’individualismo e dell’indifferenza.

Nell’ascolto si realizza tutta la vocazione relazionale della persona umana. È La diaconia dell’ascolto, come gesto di umile disponibilità, che determina la prossimità e che a nessuno è consentito profanare con un eccesso di fretta e di superficialità né con un paternalismo saccente; chi ascolta lo fa per vocazione, per condizione e per edificare il bene sommo della verità. È un allenamento continuo, umile, ma che guarda soprattutto con fiducia il futuro e sa che nei piccoli segni di bene sono racchiusi come uno scrigno i sogni del futuro. Il tempo che stiamo vivendo ci sta stimolando ad una inedita ricerca di ascolto, delle famiglie, del mondo degli anziani, della scuola, dei poveri e soprattutto dei giovani. Nelle indicazioni del magistero di Papa Francesco i giovani sono al primo posto: «Al coraggio del parlare deve corrispondere l’umiltà dell’ascoltare… L’ascolto aperto richiede coraggio nel prendere la parola e nel farsi voce di tanti giovani del mondo che non sono presenti: È questo ascolto che apre lo spazio al dialogo”. Ma ancora in maniera più chiara soggiunge: “Vorrei dire ai giovani, a nome di tutti noi adulti: scusateci se spesso non vi abbiamo dato ascolto; se, anziché aprirvi il cuore, vi abbiamo riempito le orecchie”. Una persona cresce nella misura in cui i silenzi, gli sguardi, i gesti, le lacrime e i sorrisi, sono una dischiarata disponibilità di ascolto e di cammino.

+ p. Antonio De Luca

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Aiutare le persone ferite

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Nella crisi da coronavirus riparte perfino il gioco d’azzardo, con gradualità, lentamente, nel rispetto delle misure di sicurezza, nonostante una pericolosissima crisi economica che attanaglia famiglie e imprese, e con un’attenzione direi sbrigativa ad un grande male, la ludopatia. Insieme alle costosissime spese medico-sanitarie che bisogna affrontare, vi sono conseguenze collegate al gioco d’azzardo, che determinano le dissoluzioni di legami affettivi, familiari, educativi, fallimenti economici, la scomparsa di attività imprenditoriali, sono danni incalcolabili. L’azzardo è un vortice che avvolge innumerevoli componenti del vivere umano e sociale. Per non parlare di quel mondo malavitoso e criminale che trova nell’azzardo una fonte inesauribile di illecito profitto. La ludopatia è una dipendenza che va curata e aiutata per non permettere che si allarghi in maniera pandemica. L’Italia si colloca al primo posto in Europa ed al terzo posto nel mondo tra i paesi che conoscono questa forma di patologia.

Un’offerta quella dell’azzardo che si è fatta capillare, nascosta, diffusa anche nei paesi più piccoli della nostra penisola: le macchinette multimediali come il videopoker, le slot machine, il gioco on line, le aste, le scommesse, i gratta e vinci. Insomma l’accesso immediato al gioco e l’ebbrezza di un risultato istantaneo, senza attesa e con la possibilità di ritentare subito la fortuna! Vi si aggiungono quelle forme clandestine di azzardo che costituiscono poi un mercato nascosto, non sempre chiaramente quantificabile. L’azzardo non rovina solo il giocatore, dietro di lui scendono nel fondo di un abisso la famiglia, i legami, le amicizie, il lavoro. Tutto viene trascinato in questa idrovora che risucchia il meglio delle relazioni e delle risorse. Lo spettro dell’usura e del riciclaggio si defilano dietro questa dolorosa dipendenza. La costante frustrazione della perdita innesca altri e dolorose illusioni che inducono a tentativi sempre fallimentari. Uno stile ossessivo-compulsivo è la punta di un iceberg dentro il quale si nascondono fragilità, insicurezza, sconfitte, abbandoni, tristezza e malinconia. La via del recupero e della guarigione ha dei costi per lo Stato di proporzioni enormi, ma richiede anche competenza, disponibilità e professionalità. Ci vuole soprattutto una politica preventiva.

Nessun atteggiamento moralistico deve inquinare l’approccio al problema della ludopatia. Sarà necessario invece riproporre la vocazione alla dignità umana di ogni persona, e da questa consapevolezza l’appello alla libertà che determina scelte coraggiose ed energici “no!” che conferiscono il senso di un’altissima responsabilità e di una ricerca di senso autentico per ciò che concerne le relazioni, l’impiego dei talenti, la cura dei legami, l’attenzione ai bisogni dell’altro.

Ecco allora che la prevenzione deve passare attraverso l’attenzione a ciò che ci circonda. La gioia non è un narcisistico benessere spesso immortalato dalla moda dei selfie istantanei, che se da un lato evocano una interiore vacuità, dall’altro sono anche una ricerca, un appello per il ritrovamento di una capacità di relazionarsi nell’amicizia sincera, nella premura verso chi è nel bisogno, nell’ascolto di chi ha perso la speranza. La solitudine non si combatte con il riempitivo allucinogeno di un gioco che deforma le relazioni, ma abbattendo il diaframma dell’egoismo e della smodata ricerca di un godimento estemporaneo che il profitto ed il guadagno lasciano intravedere ma che non possono dare. Curare la persona significa rimetterla in relazione. Questo è il sogno di Dio.

+ p. Antonio De Luca

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DPCM, la posizione della CEI

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COMUNICATO DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

“Sono allo studio del Governo nuove misure per consentire il più ampio esercizio della libertà di culto”. Le parole del ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, nell’intervista rilasciata lo scorso giovedì 23 aprile ad Avvenire arrivavano dopo un’interlocuzione continua e disponibile tra la Segreteria Generale della CEI, il Ministero e la stessa Presidenza del Consiglio.

Un’interlocuzione nella quale la Chiesa ha accettato, con sofferenza e senso di responsabilità, le limitazioni governative assunte per far fronte all’emergenza sanitaria. Un’interlocuzione nel corso della quale più volte si è sottolineato in maniera esplicita che – nel momento in cui vengano ridotte le limitazioni assunte per far fronte alla pandemia – la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale.

Ora, dopo queste settimane di negoziato che hanno visto la CEI presentare Orientamenti e Protocolli con cui affrontare una fase transitoria nel pieno rispetto di tutte le norme sanitarie, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri varato questa sera esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo.

Alla Presidenza del Consiglio e al Comitato tecnico-scientifico si richiama il dovere di distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia.

I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale.

fonte: https://www.chiesacattolica.it/dpcm-la-posizione-della-cei/

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Digitali ad ogni costo

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Viviamo ancora prede di un forzato isolamento fisico tanto che persino i più riottosi si sono piegati ad una diffusa comunicazione digitale, spinti dal bisogno di incontrare, rivedere volti, scambiare idee, molte ore si trascorrono sulle moderne strumentazioni comunicative. Al termine di questa stagione avremo molto imparato rispetto al lavoro fatto da casa, al benefico risultato sull’ambiente, sull’essenzialità degli spostamenti, ma non possiamo ignorare anche le grandi perdite relazionali con gli amici, i colleghi, «a fianco degli elementi indiscutibilmente positivi che la comunicazione digitale permette … ci scopriamo a vivere una dipendenza forzata e un’ipnosi, esausti ma incapaci di disconnetterci, catturati dalla rete, divorati dall’ossessiva sollecitazione dell’unica vera città che non dorme mai» (J.T. Mendonça). Anche in questo la pandemia ci ha modificati.

Ci ha fagocitati una logica di tempestiva istantaneità, si trasmettono non solo notizie, ma sensazioni, emozioni, ribellioni, ma senza alcuna correlazione, senza sviluppo e senza futuro. Tutto si versa in rete e nulla ha un esito, né un risultato prefissato, talvolta solo la chiacchiera e il vuoto. Una pericolosa trasformazione delle relazioni divenuta senza sguardi e senza volti, e si comunica sotto la spinta di una convulsa meccanicità, senza neanche badare alla fondatezza di ciò che si diffonde. Passano su queste onde slogan vergognosi, insulti ed attacchi indicibili, una rabbia repressa che andrebbe rielaborata attraverso altre forme. Le nuove forme di comunicazione possono diventare le dipendenze-prigioni che isolano e allontanano dalla realtà. Il mondo dei social che conserva il fascino di una conquista sorprendente e meravigliosa, per quanto i dispositivi per usarli vengano definiti smart, restano pur sempre strumenti che richiedono preparazione, educazione, capacità di interagire e discernimento.

Saper utilizzare i social, vuol dire formazione, partecipazione e responsabilità. Non si tratta di darsi e dare regole, neanche vivere con sospettosa agitazione il mondo dell’online né decidere di sopprimerne la presenza con il totale spegnimento, né con l’indifferenza dell’indiscriminata o, peggio ancora, spregiudicata utilizzazione. Le relazioni digitali sono una realtà, richiedono consapevolezza, bisogna esserci, e soprattutto recuperare il ritardo che abbiamo accumulato. Bisogna saper essere in rete, frequentarla e conoscerla, soprattutto evitare che in questa avventura i ragazzi e i giovani siano lasciati soli con il rischio delle dolorose dipendenze, dell’isolamento e della scelta di comunicare esclusivamente online.

Avere tra le mani e poter accedere a tanto ingegno comunicativo può anche diventare occasione di condivisione e di conoscenza nella logica di coraggiose prese di distanza da tutto ciò che rende anonimi, ed omologa. Cittadini di social trasformati in massa manovrabile e inconsapevole di essere diventate con i propri dati personali merce di scambio. Possiamo entrare in un uso critico e consapevole dei social nella prospettiva di un servizio alla collettività e ai grandi bisogni del pianeta e dell’intera umanità. I social nulla ci hanno sottratto, molto hanno aggiunto, ma certamente, come sostiene il prof P.C. Rivoltella, qualche mancanza l’hanno provocata: «il silenzio che ci sottrae alla possibilità di fermare l’attenzione sulle questioni che veramente vale la pena di discutere».

+ p. Antonio De Luca